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CASTELSARDO (SS)

CASTELSARDO ,m.114, abitanti 6.000 circa.

uno dei centri storici più interessanti della Sardegna, si dispone su un promontorio formato da un banco trachitico inclinato, con vista aperta sul golfo dell’Asinara da una parte e sulle montagne della Gallura dall’altra; in posizione naturalmente fortificata, a dominio del piccolo porto e della spiaggia, conserva pressoché intatta, nel consistente nucleo antico dell’abitato, la caratteristica fisionomia originaria conferitagli dai bastioni che ancor oggi, eccettuato il lato a mare, lo circondano.



Fondato con tutta probabilità dai Doria nel 1102 col nome di Castelgenovese, il borgo rimase a lungo – grazie all’importanza strategica, di cui rimangono varie testimonianze nei documenti dell’epoca – uno dei capisaldi della potente famiglia ligure nell’isola; il castello e gran parte delle attuali fortificazioni sono riferibili a tale periodo, del quale si conservano pure alcuni frammenti di uno «Statuto» signorile (1390) e i capitoli per il porto (1435).



Nel 1448 lo conquistarono gli Aragonesi e, con il nuovo nome di Castell’Aragonese, entrò a far parte dei possedimenti della Corona come una delle sette città demaniali esistenti in Sardegna.

Sede vescovile dal 1503 al 1839, benché conservasse anche nella prima età moderna quel ruolo di piazzaforte (insieme ad Alghero la più importante del «Capo di sopra») per cui era stato fondato, non registrò – a parte gli assedi del 1527 (Andrea Doria) e del 1708 (guerra di Successione spagnola) – rilevanti episodi di guerra. Assunse il nome attuale nel 1769.


Castelsardo è centro di tradizionale economia agricola e peschereccia. In campo artigianale tipica è la fabbricazione di cestini con foglie di palme selvatiche, che crescono in abbondanza anche in terreni sterili sulla riva del mare. Contraddittori gli effetti determinati dal turismo, cresciuto soprattutto dalla fine degli anni Sessanta: nuovi impulsi all’economia locale e i consueti vistosi guasti paesaggistici.


Dalla parte bassa dell’abitato, detta Pianedda (la disordinata espansione edilizia ha reso irriconoscibile il vecchio sobborgo di pescatori), si stacca a sin. la strada che risale il fianco dell’alta rupe su cui è il centro antico. Essa termina in una piazzetta da cui si prosegue attraverso uno straordinario insieme di vie ripide e strette, di piccoli slarghi, di lunghe scalinate e scuri archivolti che danno vita a un quadro ambientale d’eccezione, dove da diverse prospettive i muri e i tetti delle vecchie case si stagliano nell’azzurro intenso del mare.


Vista di Castelsardo


Vista di Castelsardo e del porticciolo


Vicolo di Castelsardo


CASTELLO:

Al culmine sono visibili i pochi resti del Castello medievale, (dal sec. XII al XIV), una torre che sovrasta una porta e alcune stanze con pilastro centrale e volte a crociera; in questi ambienti, consolidati e restaurati, è stato allestito il Museo dell’Intreccio mediterraneo. Splendido il panorama che da qui si abbraccia: tutto il golfo dell’Asinara e le coste galluresi, mentre nelle giornate terse si possono distinguere anche i monti della Corsica.



Scendendo per vicoli e scalette alla via Mazzini, vi si incontra la gotica Casa comunale, con archetti sul fianco, uno stemma marmoreo settecentesco nel portico d’ingresso e, all’interno, una mazza medievale simbolo del reggimento autonomo del Comune. Si prosegue e si passa accanto al Seminario (1760), sovrastato da un piccolo campanile a vela.



CATTEDRALE:

Più in basso, dopo la chiesa del Purgatorio, restaurata, si arriva alla cattedrale di S. Antonio Abate, modesta architettura voluta dal vescovo Giovanni Sanna – che resse la diocesi dal 1586 al 1607 – e costruita sull’impianto della precedente chiesa romanica di S. Antonio che fu priorato benedettino; affiancata da un campanile di trachite con cupola maiolicata, sorge in magnifica posizione a dominio del mare e delle fortificazioni. L’interno, a una navata, presenta nella zona presbiteriale e nell’ultima campata reminiscenze tardogotiche non infrequenti nell’architettura sarda della fine del Cinquecento; sotto la cantoria, del 1727 (di qualità il decorato organo settecentesco), stanno il fonte battesimale, un lavabo e alcune lapidi tombali di cui una con eleganti versi latini. La cattedrale di Castelsardo conserva quasi intatto – raro esempio nell’isola – l’arredo ligneo sei-settecentesco: altari riccamente intagliati e dorati, paliotti policromi su fondo oro, stalli corali (sec. XVII) e un pulpito di fattura assai pregevole. Degli altari, solo il maggiore e quello del transetto d. sono in marmo; fra gli altri, tutti lignei originali, sono particolarmente interessanti, a sin., quello della 4a cappella, di S. Filippo Neri, il cui retablo si compone armoniosamente con gli intagli, e quello del transetto, grandioso e raffinato (1738), con statua policroma di S. Antonio abate di arte sardo-catalana del sec. XVI. Sul neoclassico altare maggiore si trova una Madonna col Bambino e sei angeli musicanti, parte centrale di un’*ancona smembrata della quale, nell’attigua aula capitolare, sono visibili altre parti: un notevole S. Michele Arcangelo, la Trinità e, pertinenti alla predella, gli apostoli Filippo e Bartolomeo e Mattia e Matteo. L’opera, databile fra gli ultimi anni del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento, è importante lavoro giovanile del cosiddetto Maestro di Castelsardo, anonimo artista al quale sono stati assegnati una serie di dipinti distribuiti a Cagliari, Tuili, Birmingham e Barcellona; la sua pittura rivela influssi antonelliani che si innestano in uno schema figurativo tipico di quella tradizione fiamminga che, nella seconda metà del Quattrocento, grazie al commercio della lana, si diffuse in Spagna e, indirettamente, in alcuni dei suoi domini italiani.



Dalla cattedrale, percorrendo suggestivi vicoli, che frequentemente si aprono con squarci improvvisi sul mare, e anguste piazzette chiuse da alte case, si scende al belvedere dei Bastioni spagnoli, restaurati nel XVIII sec. dal governo sabaudo; le brune mura, secondo lo storico ottocentesco Vittorio Angius, si snodano disegnando la figura di «un triangolo scaleno con l’angolo minimo puntato». Procedendo verso la cinta, spicca ben delineata la torre che proteggeva la porta a Mare, da cui si può accedere allo scosceso pendio fino alla scogliera, con bella vista sull’insieme del centro storico.




Chiesa di S. Maria: - Risalendo di nuovo verso il Castello, nella parte alta dell’abitato si trova la bella chiesa di S. Maria, costruita in epoca medievale ma trasformata nel Seicento; priva di facciata, vi si entra dal fianco destro. Nell’interno – una navata di tre campate in cui si aprono cappelle con begli altari lignei – una delle cappelle a sin., con volta a crociera e capitelli scolpiti, custodisce il trecentesco Crocifisso detto «del Cristo nero»; all’altare maggiore, fra le statue di S. Francesco e di S. Antonio abate, un pregevole Ecce Homo seicentesco.



Dalla chiesa di S. Maria parte – per farvi poi ritorno – la più interessante processione pasquale della Sardegna: la cerimonia del «Lunissanti»: (il lunedì della Settimana Santa), risalente a epoca medievale e conservatasi sostanzialmente integra nel suo antico rituale. Dopo la messa, celebrata di primo mattino sull’altare del «Cristo nero», si svolge un pellegrinaggio dei «Cori» (gruppi di quattro cantori) e dei «Misteri» che si recano alla chiesa di Nostra Signora di Tergu, dove gli stessi «Misteri» vengono presentati alla Madonna accompagnati dal canto funebre dell’«Attitu» in latino. Dopo l’imbrunire, a Castelsardo, ha inizio dal quartiere della Pianedda la parte più suggestiva della processione, con le scalinate, le piazzette e i vicoli del centro antico che – spente tutte le luci – vengono illuminati da fiaccole. La processione è aperta dagli ‘apostoli’ incappucciati, in candida tunica, che trasportano i «Misteri» circondati dalle consorelle della congregazione che reggono altre fiaccole.




La roccia dell’Elefante: - Lasciata a sin., presso la frazione Multeddu m 173, la strada costiera che attraverso Valledoria porta a Santa Teresa Gallura (v. pag. 656), si incontra subito a sin. la cosiddetta roccia dell’Elefante, masso trachitico che assomiglia a un pachiderma accosciato con la proboscide rivolta verso la strada; la rupe è traforata da «domus de janas», alcune delle quali piccolissime; l’apertura di una di esse, con anticella, pure aperta verso la strada, appare decorata da lesene, mentre le pareti laterali recano due grandi teste taurine stilizzate. La formazione detta dell’Elefante è una delle più spettacolari manifestazioni del fenomeno di erosione delle rocce trachitiche e calcaree di cui l’Anglona è disseminata, utilizzate spesso dalle civiltà preistoriche per costruirvi gli ipogei funebri a «domus de janas».

Castello Doria


Cattedrale di S. Antonio Abate


Campanile Cattedrale di S. Antonio Abate


Chiesa di S. Maria


Interno Chiesa di S. Maria


Roccia dell'Elefante


Ingresso Castello Doria


Archivolta Auria


Vicoli di Castelsardo


Parco di Castelsardo


Panorama della costa


Vista delle mura




Fonti Bibliografiche: Guida Rossa Sardegna del Touring Club Italiano. | L'ITALIA - SARDEGNA - Touring Club Italiano
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